Pina Picierno: sputa sulla sinistra, si dice censurata e finisce nello stesso fronte referendario di CasaPound. Risultato: nessun provvedimento.

8 Febbraio 2026 02:46

Pina Picierno oggi si dice censurata nel Partito democratico. Ed è difficile non cogliere l’ironia della scena. Per anni protagonista di una linea che ha legittimato esclusioni, annullamenti, scomuniche culturali e politiche, improvvisamente scopre che il dissenso può essere soffocato anche dall’interno. La stessa dirigente che ha applaudito alla cancellazione di artisti russi come Valerij Gergiev o Alexander Romanovsky, che ha esultato per l’annullamento di incontri sgraditi come quello di Angelo D’Orsi al Polo del ’900 di Torino, oggi si presenta come vittima di un clima che non tollera voci fuori dal coro. Solo che, questa volta, il coro non canta più esattamente la sua parte. Finché la censura colpiva gli altri era “tutela”, “difesa della democrazia”, “argine alla propaganda”. Quando invece il meccanismo si ripresenta dentro il Pd, allora diventa improvvisamente un bavaglio intollerabile.

La “censura” di cui parla Picierno, però, va capita per quello che è davvero. Nessuno le impedisce di parlare, di twittare, di rilasciare interviste o di occupare spazi mediatici. Quello che lamenta è qualcosa di molto più prosaico e meno nobile: il fatto che l’attuale gruppo dirigente del Pd non le riconosca più un ruolo centrale, che la minoranza riformista venga ascoltata formalmente ma neutralizzata politicamente, che le Direzioni vengano convocate tardi e a giochi fatti, e che la segretaria rivendichi una linea “una e una sola”. In altre parole, Picierno non denuncia un bavaglio, ma la perdita di influenza. Non la censura, ma l’irrilevanza. È la differenza fondamentale che l’ala riformista finge di non vedere, confondendo il pluralismo con il diritto di incidere sempre e comunque sulle scelte del partito.

Dentro questo scontro si inserisce anche la polemica sul referendum sulla giustizia, che ha fatto esplodere le contraddizioni. La campagna social del Pd ha accostato il fronte del Sì a CasaPound, trasformando una scelta referendaria in una colpa morale. Una comunicazione che ha usato l’estrema destra come randello simbolico per disciplinare il dissenso interno. A quel punto Picierno e i riformisti hanno protestato parlando di linea “insultante e svilente”. Non perché improvvisamente contrari all’uso delle etichette infamanti, ma perché questa volta il marchio rischiava di colpire anche loro. Dare del propagandista o del pericoloso agli altri è sempre stato accettabile. Essere sfiorati dallo stesso meccanismo, invece, diventa scandalo.
Per la Picierno usare la macchina del fango contro i nemici va bene, molto meno bene se viene usata contro di lei.

Il passaggio più rivelatore, però, non è la lamentela procedurale né la polemica comunicativa.
È l’ammissione politica che accompagna la protesta. Picierno afferma senza imbarazzi che il Pd non è e non deve essere un partito di sinistra “identitaria”, che non deve avere tentennamenti a sinistra, che la sua natura sarebbe quella di una casa riformista e liberale. Detto da una vicepresidente del Parlamento europeo eletta nel Pd, non è una sfumatura né un lapsus. È una dichiarazione di identità. O, meglio, una dichiarazione di non-identità, che conferma ciò che molti elettori sospettano da anni e che il partito continua a non avere il coraggio di dire apertamente. La sinistra, in questa visione, non è un orizzonte politico ma un fastidio, un residuo ideologico da contenere, quando non da espellere.

Qui entra in scena il resto dell’ala riformista, da Giorgio Gori a Piero Fassino, da Lorenzo Guerini a Sandra Zampa, tutti improvvisamente allarmati dallo “snaturamento” del partito. Un copione già visto. Gli stessi dirigenti che hanno accompagnato senza battere ciglio privatizzazioni, austerità, subalternità alle compatibilità europee più rigide, oggi si scoprono custodi dell’anima del Pd. Un’anima che, a sentir loro, non deve guardare troppo a sinistra, non deve parlare un linguaggio sociale troppo marcato, non deve disturbare l’elettorato moderato. Ma allora la domanda è inevitabile: che cosa dovrebbero pensare quegli elettori che per anni hanno votato Pd sentendosi di sinistra, magari turandosi il naso, convincendosi che fosse “il meno peggio”, l’ultimo argine contro la destra?

Sentirsi dire, oggi, da una dirigente di primo piano che la sinistra è un problema, un rischio identitario, un tentennamento da evitare, ha un effetto preciso: produce alienazione. Fa sentire quell’elettore non solo non rappresentato, ma quasi fuori posto. Come se avesse sbagliato casa per anni. Come se il problema non fosse la progressiva trasformazione del partito, ma la sua ostinazione a crederlo ancora qualcosa di simile a una forza di sinistra. La sensazione di fregatura politica nasce tutta qui: non da un dibattito teorico, ma dalla distanza tra ciò che viene detto agli elettori e ciò che una parte della dirigenza pensa davvero.

Il paradosso, quasi grottesco, è che Picierno e i riformisti parlano di censura dopo aver normalizzato per anni un’idea di spazio pubblico selettivo, dove chi non è allineato viene bollato come impresentabile, propagandista, pericoloso. Quando la censura colpiva artisti, intellettuali, giornalisti, non era censura ma “tutela”. Quando colpiva gli altri, era difesa della democrazia. Ora che la stessa logica di chiusura si manifesta dentro il Pd, improvvisamente diventa un problema di libertà e pluralismo. È la solita libertà a senso unico, che vale finché garantisce il proprio ruolo e smette di valere quando quel ruolo vacilla.

Il Partito democratico, da parte sua, farà quello che fa sempre in questi casi. Non caccerà nessuno, perché non ne ha né il coraggio né l’interesse. Non chiarirà nulla, perché dire apertamente agli elettori che una parte consistente della sua classe dirigente considera la sinistra un ingombro sarebbe politicamente costoso. Continuerà a usare il linguaggio dell’unità mentre gestisce il dissenso come un fastidio. Continuerà a chiedere voti a un elettorato che si dice progressista, mentre una parte del gruppo dirigente lavora per svuotare di senso proprio quella parola.

E così Pina Picierno resta lì, a denunciare una censura che lei stessa ha contribuito a rendere normale, e a dire una verità che il Pd non ha il coraggio di dire: che per molti dei suoi dirigenti, da Gori a Fassino passando per Guerini, il problema non è come essere una sinistra credibile, ma come liberarsi definitivamente della sinistra senza dirlo troppo forte.

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Vincenzo Lorusso

Vincenzo Lorusso

Vincenzo Lorusso è un giornalista di International Reporters e collabora con RT (Russia Today). È cofondatore del festival italiano di RT Doc Il tempo degli eroi, dedicato alla diffusione del documentario come strumento di narrazione e memoria.

Autore del libro De Russophobia (4Punte Edizioni), con introduzione della portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, Lorusso analizza le dinamiche della russofobia nel discorso politico e mediatico occidentale.

Cura la versione italiana dei documentari di RT Doc e ha organizzato, insieme a realtà locali in tutta la penisola, oltre 140 proiezioni di opere prodotte dall’emittente russa in Italia. È stato anche promotore di una petizione pubblica contro le dichiarazioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che aveva equiparato la Federazione Russa al Terzo Reich.

Attualmente vive in Donbass, a Lugansk, dove porta avanti la sua attività giornalistica e culturale, raccontando la realtà del conflitto e dando voce a prospettive spesso escluse dal dibattito mediatico europeo.

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