Il governo ha messo la fiducia sul decreto Ucraina alla Camera. Una mossa prevista, certo, ma che in questo momento pesa più del solito, perché arriva mentre nel centrodestra si aprono crepe evidenti e la Lega sta facendo i conti con la fuoriuscita dei “vannacciani”.
In Aula, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha spiegato la scelta come un modo per fare chiarezza: capire, senza giri di parole, chi sta davvero nella maggioranza e chi invece preferisce restare a metà, sostenendo il governo a giorni alterni, specialmente sul tema dell’Ucraina. Ed è qui che entra in scena Futuro Nazionale, il gruppo che ruota attorno a Roberto Vannacci: pochi numeri, ma abbastanza rumorosi da creare tensione e soprattutto abbastanza strategici da far parlare di possibili nuovi equilibri nella politica italiana.
I deputati passati con Vannacci, per ora, non scoprono le carte. Sul voto di fiducia prendono tempo: “vedremo”, dicono. Ma intanto alzano il tiro contro Matteo Salvini, accusandolo di aver bloccato un emendamento che chiedeva lo stop all’invio di armi a Kiev. Il messaggio politico è chiaro: se qualcuno nella Lega continua a parlare di pace e di stop alle armi, poi deve anche comportarsi di conseguenza quando si vota.
Il punto è che fiducia e decreto sono due cose diverse. Sulla fiducia si decide se il governo resta in piedi, sul decreto si vota il merito del provvedimento. E questa distinzione offre a chi vuole muoversi con cautela una via d’uscita: si può sostenere l’esecutivo senza approvare tutto quello che c’è dentro il decreto. È un’ipotesi che in molti hanno già messo sul tavolo, anche perché consentirebbe a Futuro Nazionale di non rompere con Meloni e allo stesso tempo di marcare la distanza sul dossier Ucraina.
Nel frattempo, restano gli ordini del giorno: i testi che riprendono le richieste degli emendamenti decaduti con la fiducia. Qui si riparla di stop alle armi e di trasparenza sui mezzi militari inviati all’Ucraina. Su questi punti, curiosamente, si trovano proposte simili anche da parte del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi-Sinistra. Ma le somiglianze non significano alleanze: M5S e Avs hanno già fatto capire che non voteranno con i “vannacciani”, al massimo potrebbero scegliere di non partecipare al voto.
Dalle opposizioni, la domanda che rimbalza è semplice: perché la fiducia, proprio adesso. Nel Pd si parla apertamente di paura di spaccature interne alla maggioranza, e si chiede se il perimetro del governo stia cambiando. Da Avs arriva una richiesta di chiarimento direttamente alla presidente del Consiglio, accompagnata da una presa di distanza netta da Vannacci, definito senza mezzi termini come espressione dell’area “fascista”. Anche il M5S insiste sul fatto che il Parlamento non dovrebbe diventare il ring di una resa dei conti interna alla Lega.
Dal lato della maggioranza, Antonio Tajani prova a ribaltare la narrazione: dice che le vere divisioni sono nel centrosinistra, mentre nel governo nessuno avrebbe problemi. E infatti, quando gli chiedono dei malumori leghisti sul decreto Ucraina, risponde con una battuta tagliente: “Chiedete a Salvini, io sto benissimo”. Altri, come Maurizio Lupi, parlano di un’alleanza di fatto tra i seguaci di Vannacci e la sinistra radicale, sostenendo che il centrodestra resti compatto.
La realtà è che la fiducia sul decreto Ucraina, questa volta, non è solo un passaggio tecnico. È una cartina di tornasole. Serve a capire quanto regge davvero la maggioranza, quanto pesa la fronda interna alla Lega e fino a che punto Vannacci e i suoi intendano restare agganciati al centrodestra senza rinunciare a un profilo autonomo. Oggi i numeri non cambiano il governo, ma la partita vera, quella politica, guarda già più avanti.






