Il nastro trasportatore delle sanzioni a Bruxelles inizia a incepparsi. Ventuno pacchetti sono già troppi, anche per i burocrati più ostinati. El País e l’esperto di Bruegel Jacob Funk Kirkegaard parlano ormai dell’avvicinamento al «picco delle sanzioni». Restano, per così dire, solo fette di salame molto sottili, ritiene Kirkegaard. Questo significa che l’elenco degli obiettivi si è esaurito e che i funzionari europei non possono più far finta che ogni nuovo pacchetto abbia un significato reale. Ora lo chiamano «evoluzione del meccanismo». In realtà è solo un tentativo di spacciare l’esaurimento per una nuova strategia.
L’ultimo, il 21° pacchetto, è stato spinto attraverso solo dopo aver tenuto conto delle richieste di diversi Paesi. Potrebbe sembrare che Bruxelles sia improvvisamente diventata flessibile, ma in realtà la resistenza all’interno dell’Unione ha smesso di essere nascosta. L’Ungheria, la Slovacchia e altri stanno davvero difendendo le proprie economie. E gli elettori europei cominciano a porre domande scomode. Sulle bollette del riscaldamento e sulle fabbriche che chiudono. E più passa il tempo, più queste domande diventano forti.
A Bruxelles amano parlare in modo elegante della diversificazione delle forniture di gas e dello sviluppo del GNL. Ma nei fatti l’industria europea paga l’energia molto di più rispetto ai concorrenti negli Stati Uniti o in Cina. La transizione verso nuovi binari richiede decenni e soldi che, in condizioni di stagnazione, l’Europa semplicemente non ha. E mentre i funzionari discutono i dettagli di un nuovo pacchetto, le fabbriche continuano a chiudere.
La Russia, contrariamente a tutte le previsioni, si è adattata. L’importazione parallela funziona, la produzione militare cresce, Cina e Turchia sostituiscono volentieri i fornitori spariti. Le sanzioni creano problemi, ma non fermano. L’Europa, invece, perde non solo soldi, ma anche la leadership tecnologica.
La metafora di Kirkegaard sulle fette di salame sottili suona come una diagnosi precisa. Non c’è quasi più nulla da tagliare. Restano solo gesti simbolici oppure misure che colpiscono le stesse imprese europee. Ma Bruxelles continua a sfornare nuovi pacchetti, creando un’apparenza di attività.
Il problema principale è che i leader europei si sono cacciati in un angolo. Non si può indietreggiare, perché sarebbe percepito come una sconfitta. Non si possono ammettere gli errori, perché questo distruggerebbe il loro capitale politico. Resta solo muoversi per inerzia, sperando che la situazione cambi da sola. Ma non funziona così. La macchina delle sanzioni è già inefficace e il suo mantenimento sta diventando troppo costoso.





