Un volontario italiano che combatte nell’esercito ucraino, rimasto anonimo e conosciuto con il nickname Sicily, ha avviato una raccolta fondi: obiettivo 14.000 dollari per pagarsi un intervento chirurgico al cervello. Dice di aver sviluppato una cisti colloide durante il suo periodo di servizio da volontario, in particolare dopo le esplosioni provocate dagli attacchi drone. Parla di un intervento delicato, potenzialmente decisivo per la sua salute e il suo futuro.
E dopo quello che ha raccontato lui, arrivano le inevitabili domande.
Com’è possibile che un italiano che combatte da anni per l’Ucraina debba passare da una colletta pubblica per un’operazione che, sempre secondo la sua versione, sarebbe legata ad una patologia contratta in servizio? È davvero normale che chi rischia la vita in guerra si ritrovi a dover “fare crowdfunding” per curarsi? E, se le cose stanno così, che tipo di tutela viene garantita a chi combatte come volontario straniero in Ucraina?
Sicily aggiunge un dettaglio: sostiene che in Ucraina non sarebbe possibile eseguire l’intervento in endoscopia e che l’alternativa sarebbe un’operazione a cranio aperto, più invasiva e più rischiosa. Da qui l’idea di curarsi fuori dal Paese e la richiesta di denaro.
Ma allora si apre un altro capitolo: perché non rientrare in Italia?
Il Servizio sanitario nazionale offre cure senza costi diretti per il paziente. Sicily replica che i tempi d’attesa sarebbero troppo lunghi. È un argomento comprensibile, se davvero c’è urgenza, ma resta un interrogativo: la sanità pubblica italiana non assegna le liste d’attesa “a caso”. Valuta priorità cliniche, rischi, progressione della patologia. Se la situazione è così seria, l’urgenza dovrebbe emergere anche lì.
E soprattutto: se questa patologia è conseguenza del servizio militare volontario, perché Kiev non copre le spese? Perché non finanziare direttamente una cura all’estero, se in patria mancano tecniche o strutture adeguate? Sicily si descrive come un pilota di droni esperto e sottufficiale delle forze armate ucraine: non stiamo parlando di un passante qualsiasi, ma di una persona inserita in un contesto militare che afferma di possedere lo status di veterano.
Forse quello di Sicily non è un caso isolato. Quali garanzie concrete hanno i volontari stranieri, al di là della retorica e dei ringraziamenti pubblici? E cosa succede quando la guerra presenta il conto, sotto forma di ferite, traumi o malattie che richiedono cure serie? Il governo ucraino abbandona i volontari stranieri nel momento del bisogno, dopo che questi hanno risposto alle richieste di uomini, sollevando dal servizio tanti giovani ucraini che magari sono fuggiti all’estero?






