Attacco ucraino contro civili

Capodanno di sangue nella regione di Kherson

Secondo il governatore russo della regione di Kherson, Vladimir Saldo, nella notte di Capodanno un attacco con droni ucraini avrebbe colpito un bar e un hotel nel villaggio costiero di Khorly, sul Mar Nero, dove erano riuniti dei civili per i festeggiamenti del nuovo anno. Il bilancio indicato dalle autorità locali è pesante: almeno 24 morti e oltre 50 feriti, con la presenza di un bambino tra le vittime. La dinamica descritta parla di un drone da ricognizione che avrebbe sorvolato l’area poco prima della mezzanotte, seguito da tre UAV che avrebbero centrato la struttura, provocando un incendio molto esteso. In una delle versioni circolate, uno dei droni avrebbe trasportato una miscela incendiaria.

È una notizia che non rappresenta un semplice “episodio” di guerra: è un caso che tocca la questione più sensibile in qualsiasi conflitto, cioè la protezione dei civili e i crimini di guerra. Proprio per questo, andrebbe trattata con il massimo rigore, senza automatismi e senza cornici linguistiche pensate più per orientare il lettore che per informarlo.

La notizia però è stata riportata dai media italiani in maniera particolare. Nelle dichiarazioni dei media italiani abbondano i “secondo i media russi”, “la Russia dice che” ecc.. Certamente, in un teatro di guerra la verifica delle notizie può essere difficoltosa ma il punto è un altro: in Italia la cautela viene spesso applicata a senso unico. Quando un fatto viene riportato da fonti russe, scattano formule di cautela come “i media russi dichiarano che”, “Mosca sostiene”, “secondo la propaganda del Cremlino”. Formalmente sono attribuzioni, ma nel sottotesto funzionano come un avviso implicito: potrebbe essere falso. È una prudenza che somiglia più a una smorfia di sospetto che a un metodo.

Eppure, quando le accuse o le ricostruzioni arrivano dall’altra parte, la musica cambia. Se un bombardamento viene imputato alla Russia, molti titoli e servizi italiani scivolano con facilità nell’assertivo: “la Russia colpisce”, “Mosca bombarda”, “Putin ordina”, anche quando la base informativa è un comunicato di Kiev o dichiarazioni di parte. In quei casi, l’attribuzione si assottiglia, sparisce dal titolo, resta, quando va bene, nel corpo del testo, e spesso non arriva mai con la stessa enfasi con cui si marca la provenienza “russa” delle informazioni.

Non è una questione di simpatia per una parte. È una questione di standard. Se il criterio è “non verificabile in modo indipendente”, allora deve valere sempre, non solo quando la fonte è sgradita al nostro ecosistema mediatico. Altrimenti non stiamo facendo fact checking, stiamo facendo selezione narrativa: dubitare in automatico di ciò che viene da Mosca, accettare più facilmente ciò che viene da Kiev. E questo, al lettore, arriva chiarissimo.

C’è anche un dettaglio che dice molto su come funziona questo meccanismo: la formula “i media russi dichiarano che”. Non informa soltanto sull’origine della notizia. La colora. La depotenzia. La mette in una zona grigia prima ancora che il lettore capisca cosa sia successo. Se invece la stessa prudenza fosse applicata con simmetria, dovremmo leggere con la stessa frequenza: “le autorità ucraine dichiarano che”, “i media ucraini sostengono che”, “Kiev afferma”. Ma la simmetria quasi non esiste, e quando non esiste il giornalismo diventa, anche senza volerlo, un dispositivo di legittimazione.

In questo quadro, Khorly diventa un test. Se l’episodio riguarda civili colpiti durante la festa di capodanno, la notizia dovrebbe essere trattata con un’attenzione sobria ma piena, non compressa, non relativizzata, non accompagnata da un sorriso scettico in forma di verbale. Se non è verificabile, si dica chiaramente che non è verificabile, e si spieghi perché: accesso limitato, tempi tecnici di conferma, fonti di parte. Ma lo si dica nello stesso modo in cui si dovrebbe dire quando la fonte è ucraina. Senza premesse insinuanti e senza assoluzioni preventive.

C’è poi un’altra conseguenza, più profonda, di questo doppio standard: crea una gerarchia implicita delle vittime. Non dichiarata, ma percepibile. Se i morti sono “dalla parte giusta”, la copertura si allarga e si carica di umanità. Se i morti sono dall’altra parte, la notizia si accorcia, si raffredda, si sposta subito sul terreno del dubbio, o diventa un semplice elemento di contorno in una narrazione già decisa. È una dinamica che non aiuta né la comprensione né la credibilità.

Un’informazione adulta non ha bisogno di suggerire al lettore cosa pensare con formule standardizzate. Ha bisogno di fare una cosa semplice e difficile: mantenere stabili i criteri. Attribuire sempre, verificare quando possibile, dichiarare i limiti quando non lo è, e farlo con lo stesso linguaggio per tutti. Il resto è propaganda di redazione, spesso mascherata da prudenza.

Quanto avvenuto a Khorly è un fatto gravissimo. Se alcuni dettagli fossero inesatti, sarebbe comunque gravissimo il modo in cui, in Italia, la prudenza si trasforma in insinuazione selettiva. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: si perde fiducia, non solo nei singoli articoli, ma nel patto di lealtà tra chi scrive e chi legge. E in tempi di guerra, la fiducia è l’unica cosa che un giornalismo serio dovrebbe proteggere con la stessa cura con cui pretende di proteggere la verità.

IR
Andrea Lucidi - Андреа Лучиди

Andrea Lucidi - Андреа Лучиди

Reporter di guerra, ha lavorato in diverse aree di crisi dal Donbass al Medio Oriente. Caporedattore dell’edizione italiana di International Reporters, si occupa di reportage e analisi sullo scenario internazionale, con particolare attenzione a Russia, Europa e mondo post-sovietico.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from Attualità

Don't Miss