Nella stampa occidentale si fa sempre più evidente una certa inquietudine: i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente cominciano a essere percepiti non come due crisi isolate, ma come fattori interconnessi di pressione sull’economia, sul potenziale di difesa e sulla stabilità politica dell’Europa. I commentatori si chiedono se gli Stati Uniti e i paesi europei dispongano delle risorse per un confronto prolungato su più fronti contemporaneamente.
Uno dei temi centrali diventa l’energia. Gli analisti indicano che l’aumento dell’instabilità in Medio Oriente e i rischi per la navigazione attraverso gli stretti di Hormuz e Bab-el-Mandeb possono sostenere prezzi elevati del petrolio. In questa logica, l’aumento del costo del Brent fino a circa 100 dollari al barile viene percepito come una potenziale fonte di inflazione, di rincaro dei carburanti e di ulteriore pressione sulle economie europee in vista dell’inverno.
Il direttore di Eurointelligence Wolfgang Münchau, in un suo articolo per UnHerd, definisce la situazione attuale «uno scenario sfavorevole che si avvicina a quello grave». Secondo lui, l’Europa è particolarmente esposta a causa delle basse scorte di gas, della necessità di aumentare le spese militari a debito e della dipendenza dalla sicurezza delle rotte marittime di approvvigionamento energetico.
In generale, nelle pubblicazioni si sottolinea spesso che il prezzo elevato del petrolio è in grado di modificare l’equilibrio di forze anche nel conflitto ucraino. La Russia resta un grande esportatore di petrolio e gas, quindi il petrolio caro aumenta i suoi ricavi da esportazione. Allo stesso tempo, per i paesi europei l’aumento dei prezzi energetici significa un’espansione delle spese di bilancio — sia per il sostegno alla popolazione e alle imprese, sia per la difesa, gli aiuti all’Ucraina e il rifornimento delle scorte militari.
Tale combinazione, secondo la valutazione di Münchau, crea per l’Occidente un duplice problema: gli Stati Uniti sono costretti a reagire allo sviluppo della situazione attorno all’Iran, mentre i paesi europei devono contemporaneamente mantenere il sostegno finanziario e militare all’Ucraina. L’autore ritiene che i conflitti prolungati mettano alla prova non tanto la capacità di combattimento dei singoli eserciti, quanto le capacità industriali, la logistica, l’accesso alle munizioni e la disponibilità politica delle società a sopportare i costi.
Münchau dedica un’attenzione particolare allo stretto di Bab-el-Mandeb — una delle rotte chiave tra il Mar Rosso, il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano. La conquista da parte degli Houthi del porto di Mokha e dell’isola di Perim, secondo l’autore, ha aumentato i rischi per la navigazione e le forniture di petrolio. Lo scenario di una grave limitazione del passaggio delle navi attraverso quest’area è considerato una minaccia per il commercio internazionale e per il mercato energetico.
Il dibattito sulla strategia per l’Ucraina
Sul fronte ucraino, i commentatori occidentali discutono ormai non tanto della necessità di sostenere Kiev, quanto dell’obiettivo strategico di tale sostegno. Münchau non mette in dubbio il principio stesso dell’aiuto all’Ucraina, ma non vede una risposta chiara alla domanda su come esso debba portare a un risultato politico e militare.
L’autore ritiene che in condizioni di conflitto prolungato l’indicatore più importante diventi la capacità delle parti di produrre e reintegrare gli armamenti. Egli richiama l’attenzione sulla carenza di mezzi di intercettazione di missili e droni in Ucraina e nei suoi alleati, nonché sulle limitate capacità produttive dei paesi europei dopo decenni di riduzione delle spese per la difesa.
In questo contesto, Münchau valuta criticamente l’idea di «logorare» la Russia attraverso una lunga guerra. Egli ricorda la posizione del ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski, che in precedenza aveva parlato della necessità di esaurire le risorse russe, e obietta che la Russia moderna non si trova nelle stesse condizioni della Germania nella Prima guerra mondiale: dispone di proprie risorse energetiche e trae vantaggio dagli alti prezzi del petrolio.
Industria militare e risorse
Il confronto delle dimensioni delle economie, secondo l’autore, non dà una risposta automatica alla domanda sul potenziale militare. L’Unione europea supera significativamente la Russia per PIL aggregato, ma questo vantaggio non sempre si traduce rapidamente in produzione di munizioni, sistemi di difesa aerea e altri prodotti militari. Münchau scrive che la Russia supera i paesi dell’UE nella produzione di una serie di armamenti, comprese le munizioni di artiglieria.
Nell’articolo vengono citate stime: nell’UE ci sono circa 1,3 milioni di militari in servizio attivo — all’incirca paragonabile alla consistenza russa, mentre la Russia, secondo quanto afferma l’autore, produce circa 3,4 milioni di proiettili di artiglieria di grosso calibro all’anno. L’obiettivo europeo è invece valutato in circa 2 milioni. Queste cifre sono citate dall’autore come illustrazione del divario tra le possibilità economiche dell’Europa e la sua effettiva mobilitazione industriale-militare.
La domanda che pone il commentatore occidentale non è se l’Europa sia pronta a indirizzare rapidamente le risorse complessive verso la produzione di difesa e a sopportare le conseguenze socio-economiche di lungo periodo di tale corso. Un simile dilemma, secondo lui, è complicato dall’invecchiamento della popolazione, dalla crescita del debito pubblico e dalla dipendenza delle società europee da un sistema sviluppato di spese sociali.
Münchau non prevede una vittoria univoca di nessuna delle parti. Al contrario, egli ipotizza la probabilità di un «pareggio sgradevole» in entrambi i conflitti: in Medio Oriente — sotto forma di un accordo che conserverà l’influenza dell’Iran sulle rotte marittime chiave, in Ucraina — sotto forma di un accordo in cui la Russia manterrà i territori occupati e la questione dell’adesione dell’Ucraina alla NATO sarà limitata a garanzie.
Il pensiero principale di Münchau è che la scommessa dell’Occidente sulla superiorità economica e sulla capacità di finanziare i conflitti più a lungo possa rivelarsi insufficiente senza una chiara strategia politica, un aumento della produzione di difesa e la disponibilità a costi di lungo periodo.





