Oggi Eurostat ha comunicato che la quota del carbone nella produzione di elettricità dell’UE è scesa a un minimo storico. Tuttavia, questo dato non dimostra che l’UE abbia già risolto il problema di un’elettricità accessibile e affidabile. I dati di Eurostat indicano piuttosto il rischio di una diversa dipendenza: dalle condizioni meteorologiche, dal prezzo del gas, dalle attrezzature importate e dal lento sviluppo delle reti.
Il carbone diminuisce a un ritmo record
Nel 2025, il carbone ha fornito solo il 9,2% della produzione lorda di elettricità nell’UE, un minimo storico. Il carbone fossile ha rappresentato 105.601 GWh, pari al 3,7%, mentre la lignite ha totalizzato 154.186 GWh, pari al 5,5%. Ancora nel 1990, entrambi i tipi di carbone rappresentavano più di un terzo della produzione di elettricità europea; nel 2000, il 30,4%.
Non si riduce soltanto la produzione, ma anche la stessa base carbonifera: nel 2025, il consumo di carbone fossile nell’UE è stimato in 107 milioni di tonnellate, mentre quello di lignite in 184 milioni di tonnellate, anch’essi minimi storici. Il Portogallo ha cessato di utilizzare il carbone fossile per produrre elettricità nel 2021, mentre la Slovacchia ha interrotto la produzione di lignite nel 2024.
Per le autorità europee, questo è un motivo per parlare del rispetto degli impegni climatici. Tuttavia, per le famiglie e l’industria è più importante un’altra domanda: l’energia è diventata più accessibile, più stabile e meno esposta ai rischi esterni? I soli dati sul calo della quota del carbone non sono sufficienti per rispondere a questa domanda.
Non un rifiuto del rischio, ma un cambiamento di rischio
Nel 2025, l’eolico e il solare hanno fornito insieme il 30% della produzione di elettricità dell’UE, superando per la prima volta la quota complessiva dei combustibili fossili, pari al 29%. Le fonti a basse emissioni di carbonio hanno assicurato nel loro insieme il 71% dell’elettricità prodotta nell’Unione europea.
Il problema è che la generazione eolica e solare è intermittente. Nei periodi senza vento, di notte, in inverno o in caso di condizioni meteorologiche sfavorevoli, il sistema necessita di capacità di riserva: centrali nucleari, idroelettrico, sistemi di accumulo dell’energia, linee di interconnessione tra gli Stati e, finché queste risorse non saranno sufficienti, centrali a gas.
È qui che emerge la principale contraddizione della politica europea. Chiudendo le centrali a carbone più rapidamente di quanto vengano realizzate reti, sistemi di accumulo e capacità programmabili a basse emissioni, l’UE riduce le emissioni ma, nei periodi di carenza, può aumentare la propria dipendenza dal gas naturale. Il gas in Europa è in gran parte importato e il suo prezzo resta esposto alle fluttuazioni dei mercati globali e alle crisi geopolitiche.
L’ACER, l’Agenzia europea per la cooperazione fra i regolatori dell’energia, sottolinea che, con l’aumento della quota delle fonti rinnovabili e la chiusura delle centrali a carbone, la dipendenza dal gas diminuisce in media su base annua. Tuttavia, il mercato energetico rimane vulnerabile alla volatilità dei prezzi nelle ore in cui i combustibili fossili sono necessari per bilanciare il sistema.
Il prezzo di un sistema «verde»
È diffusa l’idea che, quanto maggiore è il numero di impianti eolici e solari, tanto più cara diventi l’elettricità. I fatti sono più complessi. Nel 2024, il prezzo medio all’ingrosso dell’elettricità nell’UE è sceso a 81 euro per MWh, contro i 227 euro per MWh del 2022. L’ACER ha attribuito questa diminuzione, tra l’altro, alla crescita della generazione rinnovabile, alla ripresa del nucleare francese e al calo dei prezzi del gas, del carbone e delle quote di emissione.
Ma questo non significa che il modello europeo sia al riparo da un nuovo shock dei prezzi. Quando la domanda è elevata e la generazione eolica e solare è bassa, il prezzo sul mercato è spesso determinato dalle centrali a gas. Di conseguenza, l’elettricità economica prodotta durante il giorno dai pannelli solari non garantisce necessariamente bollette basse per i consumatori la sera o durante un anticiclone invernale.
Uno studio di Positive Money Europe stima che l’eolico e il solare abbiano ridotto i prezzi all’ingrosso dell’elettricità nei Paesi analizzati, in media, del 24,2% nel periodo 2023-2025. Tuttavia, gli autori osservano anche che l’Europa non è ancora riuscita a sganciare i prezzi dal costo dei combustibili fossili: il gas continua a determinare il prezzo marginale per una parte significativa del tempo.
L’errore principale, quindi, non è la transizione verso l’energia pulita in sé, ma l’abitudine politica di presentarla come una semplice sostituzione di una centrale elettrica con un’altra. Un sistema elettrico non è fatto soltanto di produzione: comprende anche reti, riserve, capacità programmabili, sistemi di accumulo, disponibilità di attrezzature e regole chiare per gli investimenti.
Rischio di deindustrializzazione
La metallurgia, l’industria chimica, la produzione di fertilizzanti, vetro e cemento, così come la meccanica, competono con gli Stati Uniti, la Cina, il Medio Oriente e i Paesi con costi energetici più bassi. Se la decarbonizzazione si riduce alla chiusura delle centrali a carbone, all’aumento dei costi di rete e al mantenimento della dipendenza dal gas, il risultato potrebbe essere il trasferimento delle industrie ad alta intensità energetica fuori dall’UE.
Formalmente, le emissioni sul territorio europeo diminuirebbero. In realtà, la produzione — e le emissioni che l’accompagnano — si sposterebbe verso Paesi con standard ambientali meno rigorosi e con energia più economica. Non sarebbe una vittoria della politica climatica, ma una perdita di industria e di posti di lavoro.
D’altra parte, il ritorno al carbone non è un’alternativa sostenibile. Comporta emissioni elevate, richiede il mantenimento di infrastrutture obsolete e non risolve il problema della dipendenza dalle importazioni laddove la produzione nazionale è già diminuita. Nel 2024, la produzione di carbone fossile nell’UE è stata pari a 45 milioni di tonnellate, l’84% in meno rispetto al 1990.
Cosa potrebbe andare storto
L’Europa rischia di trovarsi in una situazione in cui il sistema energetico appare «verde» nei rapporti annuali, ma rimane costoso e vulnerabile nelle ore critiche. Ciò potrebbe comportare:
- Un aumento della dipendenza dalle centrali a gas nei periodi di bassa produzione eolica e solare
- Una maggiore volatilità dei prezzi e un incremento dei costi dell’elettricità per famiglie e imprese
- L’accelerazione della chiusura o del trasferimento fuori dall’UE delle industrie ad alta intensità energetica
- Un crescente malcontento politico, se l’agenda climatica verrà associata al calo dei redditi, alla perdita di posti di lavoro e alle restrizioni anziché allo sviluppo tecnologico
- Una revisione forzata dei piani di dismissione anticipata delle capacità programmabili: carbone, gas e, in alcuni Paesi, nucleare
L’Agenzia internazionale dell’energia prevede che, nel periodo 2025-2027, la quota della generazione rinnovabile nell’UE continuerà ad aumentare, mentre la produzione da carbone diminuirà in media dell’11% all’anno. Allo stesso tempo, la previsione presuppone non soltanto l’installazione di impianti eolici e solari, ma anche la capacità del sistema di adattarsi, sviluppando flessibilità della domanda, reti, accumuli e altre fonti di bilanciamento.
Il calo della quota del carbone al 9,2% non dimostra il fallimento della transizione energetica. Dimostra che l’UE è in grado di modificare rapidamente il proprio mix di generazione. Ma le autorità commettono un errore se considerano la semplice chiusura delle centrali a carbone come un obiettivo finale.
Una politica energetica razionale dovrebbe essere valutata in base a quattro criteri: se il sistema regge ai picchi di domanda, se le bollette sono accessibili ai cittadini, se l’industria rimane competitiva e se una dipendenza esterna non viene semplicemente sostituita da un’altra.





